il mio giro della Roda di Vael

Il mio giro della Roda di Vael

Cielo sereno e Dolomiti: un connubio perfetto, una combo spettacolare che ti fa sentire quasi in dovere di andare a percorrere i tanti sentieri immersi nel verde e nelle rocce della Val di Fassa.

Era da tempo che volevo andare a scoprire a fondo i dintorni della Roda di Vael, la maestosa parete che  è visibile da entrambi i nostri MyTime Hotels.

Ed è stato proprio il Savoy il mio punto di partenza.

Salendo per il sentiero dietro l’hotel, ci si immerge subito nei boschi ancora carichi di rugiada, con la natura che piano piano si risveglia con i primi raggi del sole.

Arrivata al bivio che divide i sentieri che conducono al rifugio Roda di Vael a sinistra, e rifugio Paolina a destra, ho imboccato quest’ultimo. Passando per piccoli torrenti sulle rocce formatisi dalla pioggia del giorno prima, e sentieri incorniciati dall’erba, in trenta minuti ho raggiunto l’intermedia della seggiovia Paolina, posizionata su quella che l’inverno è una larga distesa di neve solcata dagli sciatori. Proseguendo il sentiero, si arriva dopo meno di un’ora al Rifugio Paolina, situato a monte della pista omonima, da cui si gode già di un panorama da favola: la Catena del Latemar, il Lago di Carezza con i suoi colori inconfondibili.

Ho poi preso il sentiero che dal Rifugio conduce alla mia seconda tappa, la forcella del Vaiolon, camminando sotto la parete della Roda.

Cos’è una forcella, vi chiederete?

E’ come un passo alpino, che passando fra le montagne in auto collega due località, così la forcella passa in mezzo a due vette e collega, con un sentiero, due versanti.

Il percorso fino alla forcella è a mio parere uno dei più belli della Val di Fassa, poiché si può ammirare anche la catena delle Dolomiti del Brenta, dall’altra parte della Valle dell’Adige, dove si trova la città di Bolzano, e l’inizio delle Alpi austriache. Ho toccato con la mano delle bellissime pareti formate da strati morfologici di diverso colore, testimoni della formazione graduale delle rocce e della loro erosione, ma anche del lontanissimo passato marino delle Dolomiti.

E come a voler sottolineare il legame indissolubile con l’acqua, delle piccole cascate.

Quasi come delle docce di piccole goccioline, scorrono su quegli strati e rinfrescano i corpi e le menti dei tanti passanti.

Dopo quasi due ore di cammino sono sotto la forcella ed è impossibile non rimanerne affascinati. La neve ancora presente dopo le abbondanti precipitazioni di quest’inverno ricopre il lato del sentiero, accompagnandomi fino in cima. La grandissima passione della gente del posto per il territorio si riconosce dalle bellissime scale in legno che rendono facile e sicura la salita. Non posso che fermarmi, grata e in ammirazione, a fare una foto.

Arrivata in cima alla forcella, il panorama cambia totalmente: ci si trova dietro la Roda di Vael, davanti alle altre bellissime vette del Catinaccio, la catena dolomitica che incornicia il paese di Vigo di Fassa. Mi trovo in mezzo a tanti coraggiosi che si preparano, attrezzandosi con corde, moschettoni e caschetti, per affrontare la via ferrata che porta in cima alla Roda. Devo dire che mi incuriosisce molto, e la vista della comitiva che, come delle piccole formiche, salgono la roccia imponente, mi fa un po’ di sana invidia.

Continuo il mio percorso, e scendo dalla forcella, salutando con la mente coloro che sono in ferrata.

La mia terza tappa è il rifugio Roda di Vael, ma decido di fermarmi prima a mangiare il mio panino, perché la distesa di erba in fiore situata a metà strada è troppo invitante. La location è un 10 meritatissimo: sembra di essere in un anfiteatro naturale, ho dietro di me le pareti di roccia e davanti lo spettacolo di tante montagne diverse: la catena sopra Val San Nicolò, Cima Dodici, le Pale di San Martino, persino alcune cime del Lagorai, che costeggiano la Val di Fiemme. Ogni volta che salgo in quota rimango affascinata dal fatto che i luoghi che in valle sembrano così lontani, dall’alto siano così vicini e interconnessi.

 

L’immensità della natura mi scollega dal mondo di tutti i giorni, facendomi sentire un granello di sabbia in un sistema complesso e bellissimo.

Dopo il pranzo e un meritato riposo, proseguo fino al rifugio Roda di Vael, ritornando indietro sull’anello che circonda l’omonima cima. Di nuovo il sentiero è mozzafiato, con vista su Vigo e su tutte le Dolomiti fassane.

Dopo il piccolo e tipico rifugio, la mia quarta tappa è l’aquila di bronzo, che appollaiata sull’orlo di una roccia sporgente sul vuoto, sembra quasi vegliare paziente e attenta sul suo regno e sui suoi visitatori.

Riesco a vedere, in fondo, il mio punto di partenza e tappa finale, un (all’apparenza) piccolo Savoy. Ritorno al Rifugio Paolina e scendo velocemente gli oltre 600 metri di dislivello rientrando nella rassicurante cupola di rami e foglie boschivi, fino a casa.

La fatica c’è stata, non si può negare, ma in posti come la Val di Fassa è sempre ripagata, con abbondanti interessi, dalla meravigliosa vista della natura che ci circonda. E così, rigenerata nell’anima, rientro felice al Savoy MTH.

Perché vi racconto tutto questo?

Perché io amo la montagna, ma come ogni cosa se condivisa è ancora più bella!

Francesca